LA ROMANA REPUBBLICA

3-4-5-6  Maggio ore 21 , 8  Maggio ore 18

La Romana Repubblica

Quanno er popolo diventò sovrano

 In scena 7 attori e 5 musicisti per raccontare con musica e parole un pezzo della storia di Roma

Note di regia
In questi tempi bui della nostra città, precipitata in un “buco civico” fatto di corruzione ed incapacità, di indifferenza e rassegnazione, Controchiave vuole raccontare un’altra Roma, che non solo è esistita, ma che per un attimo ha vissuto l’utopia di scrivere un’altra storia d’Italia, una storia che anticipava di cent’anni la nascita di un paese democratico, laico, basato sulla sovranità popolare.
E’ la Repubblica Romana. Vissuta per soli cinque mesi, dal febbraio al luglio 1849.
Un tempo sufficiente per far concentrare a Roma e su Roma tutte le speranze di riscatto nazionale, deluse dagli esiti dei moti dell’anno precedente. Quell’esperimento repubblicano fu stroncato dall’esercito francese accorso, insieme agli eserciti austriaco, spagnolo, napoletano, al richiamo del Papa Pio IX, fuggito a Gaeta dopo l’assassinio del suo primo ministro Pellegrino Rossi. Mentre le truppe francesi entrano in città, l’assemblea romana discute e vota la Costituzione, articolo per articolo, per rendere concreta, anche solo per un momento, la propria utopia.
Quel testo, un secolo dopo, sarà la base per l’elaborazione della Costituzione italiana.

 

Sinossi

E’ la sera del 2 luglio 1849, mentre i francesi entrano da Porta del Popolo, al Campidoglio si vota la costituzione della Repubblica Romana.

Siamo in un’osteria nel mezzo, in qualche vicolo ai lati di Via del Corso, rifugio di popolani, combattenti, rappresentanti di quella elite che sta elaborando la costituzione negli ultimi momenti di vita della Repubblica.
Nelle osterie romane è uso il “duello di parola” - a chi rapisce meglio l’uditorio con il racconto, che spesso prende la forma della Storia. La Storia stavolta è qui ed ora, tra un destino di sconfitta e l’orgoglio di aver fatto qualcosa di importante, unico, inaspettato.
La narrazione si trasforma in un rito collettivo di crescente consapevolezza di ciò che unisce, di ricerca di quell’ “unanimismo” che fu uno dei tratti peculiari del nostro Risorgimento. E che dovrebbe far riflettere sulla mancanza, oggi, di un tessuto di profonde relazioni “civili”, quale presupposto necessario per il riscatto della nostra città, senza “salvifici” interventi dall’alto.

La forma dello spettacolo
La tessitura drammaturgica è figlia di un intenso lavoro di ricerca storica, e di una accesa discussione, proseguita anche durante le prove, alla ricerca di un equilibrio tra la narrazione e la drammatizzazione degli eventi. Aver scelto la figura dei narratori che non sono esterni ma profondamente coinvolti nelle storie raccontate, e portatori di visioni anche tra loro dissonanti o addirittura conflittuali, ha consentito di lavorare contemporaneamente sul registro epico e su quello drammatico. La natura collettiva di questo lavoro fa sì che non compaia in locandina il nome di un regista, perché non si vuole che lo spettacolo abbia il senso di una visione “registica” della storia che abbiamo voluto raccontare. Senza voler riesumare le regie “collettive”, è però possibile affermare, e con un certo orgoglio, che ciascuno dei partecipanti allo spettacolo porta un pezzo di responsabilità non solo della sua realizzazione, ma anche del suo stesso senso.
La musica
In quel periodo gli eventi, le storie, i personaggi, i sentimenti, trovavano nella musica e nelle canzoni il veicolo principale per comunicare (e per tramandare) quel che stava accadendo. Non fu a caso che l’inno degli italiani, ed il suo compositore, Goffredo Mameli, nei mesi della Repubblica Romana furono consacrati alla Storia. Per questo in tale narrazione non poteva mancare l’elemento “musicale” che, come nel melodramma, accompagna, sottolinea, interpreta gli eventi, mantenendo e reinventando i colori e i suoni di quella Roma.

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